1° Maggio: di Lavoro si vive e si deve poter vivere. E mai più morire.
Venerdì, 2 Maggio 2008
Un caloroso saluto a voi tutti, lavoratrici, lavoratori, rappresentanti delle organizzazioni sindacali, concittadine e ai concittadini.
Lasciatemi innanzitutto ricordare una persona che oggi non è più qui presente tra noi, il sig. Remo Bolognesi, presidente della sezione di Desenzano dell’Unione Nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro, che negli anni passati è stato un fondamentale supporto all’organizzazione di questa manifestazione, che lui considerava un giorno importante per la crescita civile del nostro Paese.
Caro Remo, noi tutti qui riuniti ti siamo grati per tutto ciò che hai fatto per i lavoratori e le lavoratrici, per questo tu sarai sempre nei nostri cuori.
Un sentito ringraziamento alla vedova che anche quest’anno è qui presente assieme a noi a testimoniare l’impegno di Remo.
Anche quest’anno la festa del 1° Maggio si presenta come un’occasione
- per ribadire la centralità del lavoro nella vita democratica;
- per difendere ed estendere i diritti degli uomini e delle donne;
- ma in particolare per mettere al centro del dibattito politico il tema della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro.
Ribadire la centralità del lavoro significa pensare a nuove politiche industriali che siano in grado di far uscire dalla crisi decine di imprese, ossatura portante dell’economia del nostro Paese, tanto nei settori strategici ad alta tecnologia, quanto in quelli manifatturieri ad alta intensità di lavoro.
Difendere ed estendere i diritti degli uomini e delle donne
- significa chiedere il rinnovo dei contratti, che restituiscano al lavoro dignità, diritti, salario adeguato, per far fronte all’aumento del costo della vita che costringe migliaia di persone, in primo luogo dipendenti e pensionati, a non essere in grado di sostenere le spese del bilancio mensile familiare;
- significa combattere il lavoro nero, il lavoro precario, la disoccupazione, lo sfruttamento in tutte le sue forme.
Proprio riguardo al lavoro in nero, è risultata efficace la lotta condotta dal governo Prodi che, grazie all’applicazione della legge 123, che prevede la sospensione di un’attività quando più del 20% lavora in nero, ha portato all’emersione solo nel settore dell’edilizia di 200.000 lavoratori, tra l’agosto 2006 e il marzo di quest’anno, prima sconosciuti.
Indispensabile è la lotta alla precarietà per offrire prospettive di vita dignitosa ai giovani. Troppi giovani sono ora “intrappolati”, spesso per anni, in rapporti di lavoro precario, e troppe donne hanno retribuzioni inaccettabilmente basse. Per contrastare questa situazione si deve intervenire, da una parte facendo costare di più i lavori atipici e di meno il lavoro stabile, dall’altra favorendo un processo graduale verso il lavoro stabile, e sperimentando un compenso minimo legale con l’obiettivo di garantire almeno 1000/1100 euro netti mensili.
Quando poi si parla di sfruttamento non ci si riferisce solo ai lavoratori italiani, ma anche ai migranti in Italia e nel mondo, quindi lottare contro lo sfruttamento significa opporsi alle logiche antisolidali e sostenere invece una politica di concreta accoglienza ed integrazione a partire dai profughi delle tante, troppe guerre che ancora devastano il nostro pianeta.
Difendere ed estendere i diritti degli uomini e delle donne
- significa difendere i servizi sociali e sanitari, il loro carattere pubblico, aumentandone la qualità;
- significa difendere la scuola pubblica, il tempo pieno e la formazione come diritto per tutta la vita;
- significa difendere un sistema fiscale equo secondo il dettato costituzionale, per cui ogni cittadino deve contribuire in proporzione a quello che ha. E tutti noi sappiamo che una ridistribuzione fiscale equa è la base materiale della solidarietà: se tutti i cittadini contribuissero in base a quello che hanno, la collettività potrebbe reinvestire queste risorse in servizi, e questo significherebbe miglioramento di condizione sociale per tutti.
Ma quest’anno assume particolare rilievo il tema della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro.
Mettere al centro del dibattito politico questo argomento
- significa impegnarsi a 360 gradi per la tutela dei lavoratori e delle lavoratrici
Il 1° aprile è stato approvato in via definitiva il Testo unico elaborato dal governo Prodi; tra alcuni giorni, quando sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, entrerà in vigore.
Vediamo i punti salienti:
- inasprimento delle sanzioni per i datori di lavoro che non si metteranno in regola;
- documentazione personale sanitaria per ogni lavoratore, che lo accompagna per tutta la vita anche nei cambi di mansione;
- applicazione della responsabilità amministrativa a tutti i soci dell’azienda in caso di incidenti o lesioni gravissime;
- chiusura dell’azienda che risulti impiegare in nero più del 20% dei lavoratori;
- aumento dei controlli e certezza della pena: nei 20 mesi del governo Prodi, grazie all’assunzione di nuovi 1400 ispettori, il numero dei controlli è più che triplicato, passando da 70.000 a 250.000.
Adesso però si tratta di applicare questa normativa, perché se rimane solo sulla carta, non si va da nessuna parte.
L’aver aumentato contemporaneamente i controlli, portando il numero di addetti al riguardo a circa 10.000 persone, togliendone una parte dalle scrivanie per mandarle ad ispezionare il territorio, è un risultato assolutamente positivo.
Ma, applicazione rigorosa della normativa e aumento dei controlli da soli non bastano, se consideriamo che in Italia esistono 4.500.000 di imprese, il 90% delle quali di piccolissime dimensioni.
Dunque bisogna che prevalga una vera e propria cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro, basata anche sulla prevenzione e sulla formazione, il che significa la scelta da parte delle imprese della qualità totale, vale a dire qualità dell’organizzazione del lavoro, qualità della sicurezza, del prodotto, delle risorse umane.
Bisogna allora investire di più, prendendo ad esempio risorse dal surplus dell’INAIL per destinarlo a sostegno di chi investe e si impegna a ridurre il numero di infortuni.
E certamente i lavoratori e le lavoratrici, tramite le proprie organizzazioni sindacali, debbono pretendere di essere protetti e salvaguardati soprattutto quando svolgono determinate mansioni di una certa pericolosità (cantieri edili e miniere).
Inoltre è importante che il sindacato porti avanti una contrattazione sui temi dell’organizzazione del lavoro e dedichi una particolare attenzione per i piani di sicurezza territoriali.
Insomma é il Paese che deve maturare, che deve acquisire una vocazione nuova, attenta a questi argomenti, se si vuole evitare la strage quotidiana di morti bianche (che poi di bianco non hanno nulla, se non la desolazione e il pallore che si legge sui volti dei cari che lasciano figli, genitori, mogli o mariti, a cui nessuno organizza funerali di Stato).
Dobbiamo comunque essere consapevoli che qualche risultato positivo è già stato raggiunto. L’INAIL ha infatti certificato per il 2007 un calo degli infortuni mortali pari al 6%, e un calo, seppur in misura minore, degli altri tipi di infortunio (-1,5%).
Comunque se andiamo ad analizzare le statistiche, c’è da rimanere impietriti.
Infatti da uno studio dell’Eurispes reso pubblico nel maggio 2007, risulta che nel nostro Paese ci sono stati in tre anni più morti negli incidenti sul lavoro che nei quattro anni della guerra del Golfo (5252 lavoratori morti dal 2003 al 2006 contro 3520 militari della coalizione anti Saddam morti tra il 2003 e il 2007).
Insomma un incidente sul lavoro ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti. Infortuni che costano alla nostra comunità 50 miliardi di euro ogni anno.
E ogni anno dal Nord al Sud muoiono in media 1.376 persone per infortuni sul lavoro e la Regione, con più morti in assoluto, è la Lombardia.
L’edilizia si conferma come settore ad alto rischio, visto che poco meno del 70% dei lavoratori (circa 850 all’anno) perdono la vita per cadute dall’alto di impalcature. A questo proposito bisogna urgentemente intervenire per eliminare il ricorso al meccanismo d’appalto che prevede il massimo ribasso e soprattutto va individuato un meccanismo di selezione delle imprese, per evitare che si ottengano appalti a prezzi stracciati che poi vengono ceduti, in subappalto, a imprenditori che non hanno né arte né parte, e che risparmiano sulla sicurezza e sul costo dei lavoratori, spesso scegliendo maestranze poco preparate e precarie.
E a questi dati ufficiali bisogna poi aggiungere le persone scomparse dopo anni, stroncate dalle malattie professionali. E sono la maggioranza, se si tiene conto dei dati dell’Organizzazione mondiale della sanità che parla di due milioni di morti sul lavoro ogni anno, tre su quattro causati da malattie contratte sul lavoro.
Tra le cause degli incidenti si annoverano la scarsa padronanza della macchina, l’assuefazione e la sottostima dei rischi, la banalizzazione dei comportamenti di fronte al pericolo, il mancato rispetto delle procedure, l’aumento dello stress, la precarietà del lavoro legata ad una formazione insufficiente e la manutenzione eseguita poco o male.
E’ evidente che un’efficace prevenzione dovrà puntare su formazione e addestramento, sul rispetto degli ordini, dei divieti e delle indicazioni, sul corretto uso dei dispositivi di protezione individuale, sul rigido rispetto delle procedure quando la sicurezza tecnica non basta.
Ecco allora il significato di incontrarci oggi 1° maggio proprio in questa piazza (piazza Caduti del lavoro).
L’intento è che non ci si dimentichi di quanti sono caduti sul lavoro e di quanti hanno subito un infortunio, e al tempo stesso si restituisca al lavoro dignità, diritti e sicurezza, perché esso - è importante ribadirlo - non sia un luogo di morte e di menomazioni, ma un momento di crescita delle persone.
E questo in sintonia con il dettato costituzionale che tutti conosciamo e che all’art.1 recita “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” e all’art.32 “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività”
Buon 1° maggio a tutti!
Pubblicato in: Iniziative, Opinioni








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