Il 1° Maggio di chi non ha lavoro

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La disoccupazione in Italia sale al 13% nell’ultima rilevazione Istat del Marzo 2015, una percentuale superiore alla media dell’ Eurozona, che si assesta all’11,3%.
I disoccupati toccano quota 3.300.000.
Al di là dei numeri, dietro ci sono le persone: soprattutto donne, giovani che non riescono a trovare la prima occupazione, lavoratori che dopo anni di impiego in un’azienda, trovano i cancelli chiusi e devono cominciare daccapo.
Difficile celebrare con loro la festa del 1° Maggio. Una festa che nacque tra Ottocento e Novecento, come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche né sociali, per affermare i propri diritti, per migliorare la propria condizione. “Otto ore di lavoro, otto ore di svago, otto ore per dormire”, furono le parole d’ordine condivise dalla maggior parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il 1° Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia.
Oggi vogliamo dedicare la celebrazione del 1° Maggio 2015 proprio a coloro che il lavoro non l’hanno mai avuto e a coloro che l’hanno perso, perché il lavoro è la pietra su cui poggia la nostra Costituzione e la tutela dei lavoratori è nei cromosomi del Partito Democratico.
Proprio la riforma del lavoro, il cosiddetto “Jobs act”, è uno dei cardini su cui il governo Renzi si gioca la propria credibilità. I primi dati diffusi dal Ministero del lavoro parlano di un aumento di posti di lavoro a tempo indeterminato di circa 54.000 unità, dopo l’introduzione del Jobs act. Certo non è la soluzione definitiva del problema, ma è un segnale confortante che questa è la direzione da prendere. L’abolizione della selva dei contratti di collaborazione, l’introduzione del contratto a tutele crescenti, gli sgravi contributivi per chi assume con contratti a tempo indeterminato, le nuove forme di protezione per chi perde il posto di lavoro ( la cosiddetta NASPI) estese anche ai collaboratori, sono alcune delle novità introdotte dal Jobs Act per armonizzare e modernizzare la tutela legislativa di un mondo del lavoro, travolto dalla crisi economica e della globalizzazione .
Ma, come ci racconta l’Istat, i disoccupati sono ancora troppi.
E troppi sono i quaranta/cinquantenni, lontani dalla pensione, che faticano a ricostruirsi una professione. Sono padri e madri di famiglia: forse la categoria più in crisi.
E’ difficile trovare lavoro, ma è ancora più difficile creare posti di lavoro. Le imprese sono purtroppo ancora in affanno: economia e finanza mondiali, pur con qualche ripresa, segnalano umori e andamenti contrastanti. C’è la sensazione che la soluzione del problema della carenza di lavoro sia ancora lontana. Questo crea disagio, se non addirittura depressione. In queste condizioni diventa davvero problematico parlare di diritti dei lavoratori.
E allora occorre proseguire in modo convinto e condiviso nella stagione delle riforme per il nostro Paese, come quella che portò al rinnovamento dei diritti civili e sociali nell’Italia degli anni ’70: pensiamo allo statuto dei lavoratori, alla riforma del diritto di famiglia, al divorzio, all’obiezione di coscienza.
Bisogna continuare la razionalizzazione normativa e burocratica, con la creazione di un codice del lavoro semplificato che possa tranquillizzare gli investitori esteri, allineare il sistema fiscale agli standard europei, privilegiare relazioni industriali aperte all’innovazione.
Ma il punto di partenza imprescindibile, se si vuole davvero rilanciare il tema del lavoro nel nostro Paese, è la scuola.
Dagli Istituti per l’infanzia alle Università. Dai primi anni di apprendimento, agli anni della specializzazione. Un nuovo, costante impegno per la valorizzazione dei talenti e lo sviluppo della creatività del singolo a favore di un senso sociale dello sviluppo, sia culturale che economico.
Una scuola che non deve dare solo giudizi, promuovere o penalizzare, ma ripensarsi come luogo di apprendimento e crescita personale, in prospettiva di quello sviluppo di idee che diventa anche economico.
La scuola è uno dei temi chiave del nostro partito e del governo Renzi, che negli scorsi mesi con il progetto la “Buona Scuola” ha dato vita ad una consultazione dal basso senza precedenti, perché “per fare la Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero”.
Per questo non condivido la scelta di mobilitazione di molti insegnanti e delle loro rappresentanze sindacali, che la settimana prossima sciopereranno e scenderanno in piazza. Credo che sui contenuti definitivi della riforma si possa ancora discutere, l’iter parlamentare è in corso e la riforma può essere perfettibile.
Ritengo però che la “Buona Scuola” contenga novità importanti: l’assunzione di oltre centomila precari; l’istituzione di un fondo per la valutazione del merito dei professori, per il diritto allo studio e soldi per la formazione dei docenti (500 euro l’anno a testa); la responsabilizzazione del preside, che non dovrebbe certo trasformarsi in un “padrone” , ma che non può neppure essere un passacarte di circolari.
Governo e sindacati, imprenditori e amministratori, cittadini, facciamo di più per riportare la scuola al centro del progetto di sviluppo economico e sociale del nostro Paese, come motore della lotta alla disoccupazione.
L’Italia ha bisogno di note nuove: che si lavori intensamente per scoprirle e insegnarle, cosicché nelle piazze piene di musica del 1° Maggio non risuonino solo note di incerta speranza, ma di fiduciosa possibilità.

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