Perchè voto sì – Luigi Lacquaniti

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LA PARITÀ DI GENERE, LA PARTECIPAZIONE POPOLARE ALLE LEGGI, LA RIDUZIONE DEI COSTI DELLA POLITICA: TUTTI I Sì (E QUALCHE NO) CHE NON VI HANNO DETTO.

Esistono Leggi scritte perfettamente, prive di lacune, capaci di vincere la sfida del tempo? Evidentemente no, non esistono: le Leggi sono fatte da uomini, possono contenere errori, soprattutto invecchiano. Ed esistono Leggi dai contenuti sempre condivisibili da tutti? Anche in questo caso la risposta è no: le Leggi sono sempre il frutto di un compromesso, magari un compromesso alto, nobile, ma pur sempre un compromesso, e un compromesso da cui sempre qualcuno rimane escluso. E’ ragionevolmente impossibile accontentare su tutto, tutti quanti.
Nemmeno le riforme costituzionali che stiamo per essere chiamati a confermare, sono perfette. A titolo d’esempio basta porre attenzione, a mio giudizio, al modo prevedibilmente farraginoso con cui saranno eletti dai cittadini i futuri consiglieri regionali-senatori. Ma nemmeno la Costituzione del ’48 fu una Legge perfetta: fu il frutto di un compromesso tra le Forze che avevano partecipato alla lotta di Liberazione dal nazifascismo. Un compromesso, anche in questo caso, alto, nobile, ma pur sempre un compromesso che non ha evitato sviste e svarioni. Per esempio: in Italia il principio della laicità dello Stato ha fatto sempre fatica a farsi strada. Ma è la nostra Costituzione che pone un limite forse insuperabile al principio della laicità dello Stato, recependo i Patti Lateranensi, all’articolo 7 addirittura, tra i Principi fondamentali e immodificabili. Un altro esempio? Se quest’anno dopo un’attesa durata decenni, siamo riusciti a introdurre finalmente nel nostro Ordinamento l’Istituto delle unioni civili, è stato solo grazie a una sorta di escamotage giuridico che ha agganciato le Unioni civili all’art. 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza dei cittadini e vieta le discriminazioni. Perché altrimenti, avessimo dovuto fare affidamento sull’art. 29 che si occupa di famiglia e matrimonio, saremmo ancora qui a discutere. Sono solo esempi, e altri se ne potrebbero fare, ma servono a capire che non esistono Leggi perfette e che, tutto sommato, non è perfetta nemmeno la nostra Costituzione. Molti oggi sostengono che la Costituzione sia ancora da attuare, più che da modificare. Sarà, ma intanto la Costituzione è invecchiata, come invecchiano tutte le Fonti del diritto. E la Costituzione non è Anna Magnani, bellissima nelle sue rughe: «Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. C’ho messo una vita a farmele!» In realtà una Legge vecchia non è in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, a disciplinare i loro rapporti, può intralciarne la tutela dei diritti e il soddisfacimento dei rispettivi interessi, non è capace di tutelarli, può danneggiarli talora irrimediabilmente.
Ci sono però alcuni aspetti di queste riforme costituzionali che stranamente non sono emersi molto nei dibattiti. E altri ancora, altri SI che quando sono stati invocati, subito sono stati bollati come indebite ingerenze di chissà quali Poteri forti. Sono i SI che non ci sono stati detti, che non vi abbiamo detto, non abbastanza. Al di là delle modifiche importanti che, com’è noto, riguardano il Senato, il CNEL, il Titolo V, la limitazione finalmente all’abuso dei decreti legge da parte del Governo, è su questi altri SI che vorrei soffermarmi brevemente, i SI che non vi abbiamo detto.

LA PARITÀ DI GENERE
Il Sì che più di tutti abbiamo dimenticato è la Parità di genere. Con questa Riforma costituzionale entra finalmente nella Costituzione la parità di genere. Certo già l’art. 3 della Costituzione solennemente affermava che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla Legge, ma quanto alla parità di genere non mi pare abbia dispiegato granché i suoi effetti, se ancor oggi tanti sono i settori in cui la parità di genere è ben lungi dall’esser stata realizzata. Con i nuovi art. 55 e 122 finalmente la parità di genere sarà principio e condizione dell’elezione del Parlamento e dei Consigli regionali.

LEGGI POPOLARI E REFERENDUM: LA PARTECIPAZIONE POPOLARE ALLA PRODUZIONE DELLE LEGGI
Fu uno degli aspetti più innovativi della Costituzione del ’48. Si permetteva ai cittadini di partecipare all’attività legislativa, con il deposito di leggi popolari o con la richiesta di referendum abrogativi. Nei dibattiti a cui ho partecipato in queste settimane, ho spesso sentito l’accusa che queste riforme avrebbero cancellato o limitato questi Istituti. E’ vero il contrario. Viene si innalzato il numero di firme richieste per il deposito delle leggi popolari, da 50.000 a 150.000, ma il Parlamento sarà finalmente obbligato a discuterle e votarle. Finora il Parlamento non l’aveva mai fatto, perché la Costituzione non lo obbligava a farlo. Mi è stato obiettato, nel corso di un dibattito, che diventa difficile raccogliere 150.000 firme. Non direi, a giudicare dalle decine di referendum che abbiamo celebrato negli ultimi quarant’anni. E per un referendum vengono richieste ben 500.000 firme!
Un’altra novità riguarda proprio i referendum. C’è chi sostiene che avremmo voluto limitarne la celebrazione, innalzando il numero di firme necessarie da 500.000 a 800.000. Non ha letto bene le riforme. Il precedente istituto del referendum non viene abrogato dalle riforme costituzionali: come prima, raccogli 500.000 firme e abroghi una legge col 50%+1 degli aventi diritto al voto. Le riforme hanno invece introdotto un nuovo referendum abrogativo: raccogli 800.000 firme e abroghi una legge col 50%+1 dei votanti alle ultime elezioni politiche, il che abbassa radicalmente il quorum e rende più facile abrogare una legge. Se a questo aggiungiamo che le riforme introducono pure i referendum propositivi e quelli d’indirizzo, finora sconosciuti al nostro Ordinamento, possiamo concludere che le riforme Costituzionali potenziano notevolmente gli Istituti di partecipazione popolare alla produzione delle Leggi e ci avvicinano a un Paese come la Svizzera che, come si sa, fa largo uso di questi strumenti.

I RISPARMI AI COSTI DELLA POLITICA
Sul tema dei risparmi che verranno dalle riforme costituzionali, questa campagna referendaria si è soffermata abbondantemente, arrivando però a conclusioni diametralmente opposte fra sostenitori del SI e del NO. Provo a fare chiarezza. E’ un tema delicato, che in questi anni è stato cavalcato in prospettiva antipolitica. Se vogliamo vivere in una democrazia, dobbiamo sapere che il funzionamento delle democrazie ha bisogno di investimenti per far funzionare gli Organi istituzionali e l’attività politica. E’ indubbio però che fra prima e seconda Repubblica, abbiamo dovuto assistere a latrocini e comportamenti vergognosi: a fronte di una classe politica onesta e responsabile, vi è stata un’altra classe politica che per quanto marginale, è riuscita a imporre sacrifici vergognosi a cittadini e lavoratori, e sovente s’è arricchita illecitamente alle loro spalle. Alla Magistratura è toccato colpire questi comportamenti, a noi oggi tocca alleggerire i costi della politica. Questa riforma lo fa. Non solo perché viene ridotto il numero dei senatori e viene prescritto che non avranno più un compenso, non solo perché viene soppresso il dispendioso CNEL che in 70 anni non è servito a niente, ma anche per tanto altro.
Meno senatori significa meno staff, quindi meno costi a carico dello Stato per il funzionamento dei rispettivi staff.
Anche gli uffici del Senato saranno accorpati a quelli della Camera. Sono centinaia di uffici, e anche se si tratta di un risparmio graduale, quando andrà a regime la riduzione dei costi sarà ingente.
Viene messo un tetto al compenso dei consiglieri e degli assessori regionali, che potranno percepire un compenso non superiore a quello dei rispettivi sindaci dei comuni capoluogo. Un altro bel risparmio.
Anche la riforma del Titolo V produrrà dei risparmi. Sarà finalmente cancellata la disciplina delle competenze concorrenti fra Stato e Regioni, che quando venne introdotta, quindici anni fa, fece lievitare i ricorsi davanti alla Corte costituzionale per conflitti fra Stato e Regioni dal 5% al 45%. Oggi la Consulta perde un giorno su quattro per dirimere questo genere di conflitti. Dopo il 4 dicembre, meno conflitti, meno ricorsi, meno dispendio di denaro pubblico. Ma è solo uno dei tanti risparmi che si genereranno dalla riforma del Titolo V.
Soprattutto con le riforme sarà impedito alle regioni di finanziare i Gruppi politici che siedono nei rispettivi Consigli regionali. Ai tempi di Fiorito la Regione Lazio finanziava la politica per 15 milioni di euro all’anno!
Per soppressione del CNEL e la riduzione del Senato, la Ragioneria dello Stato ha provato a quantificare in 50milioni all’anno il risparmio per le casse dello Stato. Per tutto il resto non è facile quantificare, ma è ragionevole ipotizzare un risparmio complessivo annuale di qualche centinaio di milioni.

E POI CI SONO I NO CHE NON VI HANNO DETTO: L’ETERNO RITORNO DELL’EUROPA DELLE PICCOLE PATRIE
E poi ci sono le conseguenze imprevedibili del no, quelle che «ah… se l’avessi immaginato…», quelle che «ah, ma non pensavo… e adesso…?» Già, e adesso? Perché di una cosa possiamo esser certi. Se vinceranno i no, non vi saranno prove d’appello. Perché si formi una nuova Maggioranza politica capace di fare una nuova riforma organica della Costituzione, di superare sei passaggi in Parlamento con maggioranze qualificate, di affrontare un eventuale nuovo referendum, potrebbe passare molto tempo, sicuramente decenni. Certo microriforme saranno sempre possibili, in 70 anni ne abbiamo fatte tante. Ma queste non hanno mai risolto un bel niente, anzi spesso hanno fatto danni, come dimostra la riforma di quindici anni fa del Titolo V o l’introduzione del pareggio di bilancio voluta da Monti.
Se vince il no, non cambia nulla, rimane un sistema legislativo lento e pesante, rimane un sistema politico costoso.
Ma poi ci sono gli altri no, quelli che «ah… se l’avessi immaginato…». Gli Stati contemporanei sono macchine estremamente complesse, nemmeno lontanamente paragonabili agli stati ottocenteschi. Non viviamo in beata solitudine, in bilico fra autarchia e autismo. Quello che accade all’estero ha inevitabili conseguenze sul nostro Paese e sulla vita di ognuno di noi. E le nostre scelte producono inevitabili conseguenze sull’assetto internazionale. Questo nostro referendum va a inserirsi in una successione di eventi che da Brexit alle prossime elezioni in Austria, Francia e Germania possono mutare definitivamente l’assetto degli Stati europei e stravolgere l’Unione europea. La Banca d’Italia ha avvertito che in vista del referendum è in forte aumento la volatilità dei mercati. Subito s’è levato l’urlo delle sibille, sempre pronte a scorgere nell’ombra qualche perfida Spectra pronta a intervenire sui destini del Paese e a influenzare il nostro voto. Molto più semplicemente la Banca d’Italia ha registrato quello che pare a tutti scontato: la vittoria del no genererebbe una concatenazione di eventi-instabilità in campo politico ed economico. Non è fare allarmismo, non è voler influenzare il voto: ché se uno è deciso a votare no, non cambia idea per questo, anzi, magari vota no pure più incazzato di prima. E’ analizzare la realtà per quello che è. L’instabilità mette in crisi i sistemi economici. Dovremmo averlo capito dopo una crisi economica durata dieci anni! Possiamo dirlo o è meglio metter la testa sotto la sabbia?
Ma c’è un altro aspetto che mi pare sia stato poco analizzato. E’ scontato che all’eventuale vittoria del no, il Governo Renzi che ha investito politicamente tutto in queste riforme, si dimetta. Il Governo Renzi però è il Governo che più si è speso in Europa per il superamento dei vincoli di bilancio, che hanno strozzato le economie nazionali, e per una politica di accoglienza che coinvolgesse tutti gli Stati in ossequio al Trattato dell’Unione europea. E’ il Trattato di Lisbona, con cui è nata l’Unione europea, che solennemente pone il riconoscimento dei diritti dei cittadini europei e gli stessi principi di accoglienza, fra i propri principi fondanti. Ecco dunque la tempesta perfetta: la vittoria del no al referendum italiano+la caduta del Governo Renzi+la vittoria delle destre populiste alle prossime elezioni europee+una nuova instabilità economica dagli esiti imprevedibili. Forse non accadrà nulla di tutto questo, ma se tutto questo accadrà, l’Europa di Lisbona sarà messa in crisi definitivamente, tornerà l’Europa come mera unione economica degli Stati nazionali, l’Europa delle piccole patrie, e allora di nuovo la storia virerà attraverso la tempesta perfetta in cerca di porti sconosciuti.

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