Perché voto sì – Andrea Palmerini

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Voto Sì perché la riforma costituzionale, pur perfettibile, rappresenta un indiscutibile e non più rinviabile passo avanti verso la costruzione di un Paese più moderno ed efficiente, condizioni indispensabili per il recupero della necessaria competitività anche a livello internazionale.

Ricordo che la riforma, ben lungi dall’essere il frutto dell’improvvisata “invenzione” del Governo, trae origine dal lavoro svolto dalla Commissione dei 42 Saggi (in gran parte esperti di diritto costituzionale, tra i quali, per citarne uno, il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida), nominati nel 2013 dall’allora Presidente Napolitano, il cui lavoro ha prodotto una relazione di circa 800 pagine e le cui conclusioni sono state pressoché integralmente fatte proprie dalla riforma, con la sola eccezione del sistema di governo che rimane invariato (mentre la Commissione prospettava, anche per esso, la revisione).

Due, a mio avviso, i capisaldi della riforma: il superamento del bicameralismo paritario, ormai praticamente assente altrove, attraverso il quale oltre ad eliminare il ‘ping-pong’ delle leggi da una camera all’altra, si avrà la drastica riduzione del ricorso alla decretazione d’urgenza; la revisione del rapporto Stato-Regioni, col ragionevole recupero di competenze in capo al primo e con notevole riduzione dei costi da sostenere per le seconde, anche in virtù della norma che prevede che i consiglieri regionali non possano percepire un’indennità superiore a quella del Sindaco del comune capoluogo.

Trovo che anche l’espressa previsione, nella Carta Costituzionale, del riconoscimento dell’equilibrio di genere nella formazione delle Istituzioni rappresentative, costituisca un importante e qualificante elemento di novità.

Pur comprendendo la legittima preoccupazione di alcuni nel “mettere mano” alla Carta fondante dei nostri diritti, faccio mie, sul punto, le parole di Meuccio Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione, tratte dal suo intervento in sede di votazione finale della Costituzione, il 22 dicembre 1947: “Questa Carta che stiamo per darci è, essa stessa, un inno di speranza e di fede. Infondato è ogni timore che sarà facilmente divelta, sommersa, e che sparirà presto. No; abbiamo la certezza che durerà a lungo, e forse non finirà mai, ma si verrà completando ed adattando alle esigenze dell’esperienza storica. Pur dando alla nostra Costituzione un carattere rigido, come richiede la tutela delle libertà democratiche, abbiamo consentito un processo di revisione, che richiede meditata riflessione, ma che non la cristallizza in una statica immobilità. Vi è modo di modificare e di correggere con sufficiente libertà di movimento. E così avverrà; la Costituzione sarà gradualmente perfezionata; e resterà la base definitiva della vita costituzionale italiana. Noi stessi — ed i nostri figli — rimedieremo alle lacune ed ai difetti, che esistono, e sono inevitabili.

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