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Medicina amara ma necessaria: al lavoro perchè sia più giusta e utile

Una manovra severa, dura, non inattesa ma certo più pesante di quanto molti cittadini potessero immaginare. Tra i nostri elettori, nelle famiglie, nel mondo del lavoro c’è inquietudine, delusione, rabbia. A questi sentimenti dobbiamo rispondere con serietà, senza infingimenti. Partendo con il dire la verità. La verità su come e perché siamo arrivati qui. Non possiamo consentire né al Pdl né alla Lega facili amnesie: siamo arrivati qui per una crisi finanziaria ed economica mondia le, che ha colpito in maniera particolare l’Italia e l’Europa, e di fronte alla quale il Governo Berlusconi non ha saputo e voluto dare risposte adeguate. Se siamo sull’orlo del baratro, se la moneta unica e l’Unione Europea rischiano il fallimento è anche (non solo) perché l’Italia in questi anni ha avuto un Governo incapace, screditato, privo di coraggio. Se siamo arrivati al Governo Monti, che noi abbiamo voluto e che ora vogliamo faccia il bene del Paese, è per la disastrosa prova di Berlusconi. Mai dimenticare, mai consentire di archiviare in fretta e furia questo macigno.

Seconda verità: il Governo Monti deve ottenere i voti del Pd ma anche del Pdl per poter esercitare la sua funzione in una crisi gravissima, dal cui precipitare pagherebbero un prezzo enorme proprio le classi più deboli. Non è strano quindi che la manovra di cui stiamo discutendo non sia quella che faremmo noi se fossimo al governo (e neppure quella del centrodest ra). In particolare per quanto riguarda le pensioni non è un mistero che noi avremmo voluto e vorremmo una maggiore gradualità nel passaggio al nuovo regime, una maggiore attenzione ai lavoratori precoci, misure volte alla conciliazione lavoro/famiglia in grado di rendere più agevole la presenza delle donne nel mercato del lavoro.

Terza verità: avremmo voluto un tratto più deciso di equità e, proprio perché siamo leali e responsabili, lavoreremo per modificare la manovra nei punti più discutibili, sapendo che non sarà possibile mettere in discussione l’impalcatura generale. I nostri punti sono noti: innalzare, almeno a tre volte la minima, il tetto entro cui garantire l’indicizzazione delle pensioni al costo della vita; verificare l’impatto dell’Imu sulle famiglie alla luce della rivalutazione degli estimi ed elevare la franchigia per la prima casa; mettere in campo un pacchetto di misure contro l’evasione fiscale, oltre alla tracciabilità dei pagamenti la cui soglia pure potrebbe essere ulteriormente abbassata; escludere dal Patto di Stabilità interno per gli Enti Locali gli investimenti sugli edifici scolastici, gli interventi sul dissesto idrogeologico, le grandi opere pubbliche. Su questi nodi ritengo sia assolutamente ragionevole che in Parlamento si trovino le risorse per intervenire. Si può innalzare la sovratassa sui capitali scudati, si può intervenire con un accordo tra Italia e Svizzera sui capitali legalmente detenuti in quel Paese, si può essere un pò più severi con le grandi ricchezze. Naturalmente anche altri temi meriterebbero di essere analizzati, non ultima la questione dell’asta delle frequenze da cui lo Stato potrebbe ricavare risorse utili allo sviluppo.

Quarta verità: abbiamo già modificato la manovra nella fase di elaborazione (merito nostro se le pensioni fino a 936 euro sono state salvate, nostra la pr oposta sui capitali scudati, nostre le idee sulle liberalizzazioni, nostre alcune misure per incentivare investimenti e creazione di posti di lavoro) ed è per questo che vale la pena proseguire nella interlocuzione con il Governo. Su questa manovra ma anche dopo. La legislatura non finisce qui, abbiamo il tempo per prendere anche misure in positivo, per il lavoro dei giovani e delle donne in particolare. Tutto bene? No, i problemi sono gravi e i sacrifici sono pesanti. Ma non sarebbe serio - come sembrano tentate di fare altre forze politiche - cavalcare i malumori nascondendo il quadro d’insieme.

Ultima questione: perché i sacrifici che il Governo sta chiedendo agli Italiani siano utili c’è bisogno di un cambio di rotta in Europa. Giusto pretendere politiche di rigore dai paesi maggiormente indebitati come l’Italia ma solo con il risanamento dei conti l’economia europea e la moneta unica non si salveranno. Chiediamo a Monti, come ha giustamente fatto in Au la Franceschini ieri, di usare la forza che gli deriva da un impegno così ampio delle forze politiche in Parlamento sulla manovra per spingere l’Europa ad imboccare una strada nuova: più politiche per la crescita meno austerità, più istituzioni comunitarie meno egoismi nazionali. Solo così si salva l’Europa, solo così il contributo dell’Italia avrà avuto senso.

Marina Sereni, deputata PD

Aggiungi un commento 7 Dicembre 2011

Un grande senso di vuoto

Lo provo da ieri sera, quando tornando a casa da una riunione sulla prossima Festa dell’Unità, ho scorso la lista dei ministri appena presentata.
I nomi non hanno importanza, non esistono, solo prestanomi del Capo.
Quello che voleva, così nessuno gli romperà le scatole, nessuno oserà dirgli un semplice NI.
Persone senza volto, semplici esecutori.
Persone che dovranno decidere le sorti di questa nostra nazione, assicurare un futuro ai nostri figli, risolvere i grandi  problemi dell’economia, della sicurezza, della giustizia sociale.
Persone senza arte né parte, senza cultura, senza nulla.
Un grande senso di vuoto.
Un po’ è anche colpa nostra, non siamo stati abbastanza bravi, non siamo stati capiti, non siamo riusciti, nel poco tempo concesso, a fare veramente questo PARTITO NUOVO.
Ora però dobbiamo riuscirci, trovare nella loro pochezza nuove energie, rinnovato vigore, la campagna elettorale PER NOI deve continuare come la costruzione vera e democratica del PD.
Luoghi deputati a parlare di politica non devono esistere: va bene la sede, il bar, la fabbrica, la banca, l’autogrill…in ogni posto ognuno di noi deve continuare a parlare del nostro programma, con lo stile che ci è più consono, ma sempre con forza e determinazione.
A Desenzano siamo pronti, nei prossimi giorni porteremo il Coordinamento nei quartieri della città, iniziando dalle Grezze. Continueremo a far sentire la nostra voce, la voce del territorio, del circolo, dei democratici.
Lunedì ho chiesto che, all’assemblea per l’elezione del segretario provinciale, vengano invitati, con diritto di voto, tutti i portavoci: quelli che lavorano in basso, tra la gente e per la gente.
Permettemi anche un saluto e un ringraziamento a Romano Prodi.
A quello che ha fatto, a quello che ha dato alla nazione e a tutto il centrosinistra e che ha dimostrato, se ce ne fosse bisogno, la sua altissima statura morale e politica.
Non si facciano illusioni, la loro è una vittoria di Pirro (anche se dubito sappiano chi sia) siamo sempre qua, ribatteremo colpo su colpo.
Ecco il senso di vuoto è svanito.
Buon lavoro a tutti, stiamo più uniti che mai.

Giacinto Carnassale

Aggiungi un commento 8 Maggio 2008

1° Maggio: di Lavoro si vive e si deve poter vivere. E mai più morire.

1 maggioUn caloroso saluto a voi tutti, lavoratrici, lavoratori, rappresentanti delle organizzazioni sindacali, concittadine e ai concittadini.

Lasciatemi innanzitutto ricordare una persona che oggi non è più qui presente tra noi, il sig. Remo Bolognesi, presidente della sezione di Desenzano dell’Unione Nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro, che negli anni passati  è stato un fondamentale supporto all’organizzazione di questa manifestazione, che lui considerava un giorno importante per la crescita civile del nostro Paese.
Caro Remo, noi tutti qui riuniti ti siamo grati per tutto ciò che hai fatto per i lavoratori e le lavoratrici, per questo tu sarai sempre nei nostri cuori.
Un sentito ringraziamento alla vedova che anche quest’anno è qui presente assieme a noi a testimoniare l’impegno di Remo.

Anche quest’anno la festa del 1° Maggio si presenta come un’occasione

  1. per ribadire la centralità del lavoro nella vita democratica;
  2. per difendere ed estendere i diritti degli uomini e delle donne;
  3. ma in particolare per mettere al centro del dibattito politico il tema della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro

Ribadire la centralità del lavoro significa pensare a nuove politiche industriali che siano in grado di far uscire dalla crisi decine di imprese, ossatura portante dell’economia del nostro Paese, tanto nei settori strategici ad alta tecnologia, quanto in quelli manifatturieri ad alta intensità di lavoro. 

Difendere ed estendere i diritti degli uomini e delle donne

  • significa chiedere il rinnovo dei contratti, che restituiscano al lavoro dignità, diritti, salario adeguato, per far fronte all’aumento del costo della vita che costringe migliaia di persone, in primo luogo dipendenti e pensionati, a non essere in grado di sostenere le spese del bilancio mensile familiare;
  • significa combattere il lavoro nero, il lavoro precario, la disoccupazione, lo sfruttamento in tutte le sue forme.

Proprio riguardo al lavoro in nero, è risultata efficace la lotta condotta dal governo Prodi che, grazie all’applicazione della legge 123, che prevede la sospensione di un’attività quando più del 20% lavora in nero, ha portato all’emersione solo nel settore dell’edilizia di 200.000 lavoratori, tra l’agosto 2006 e il marzo di quest’anno, prima sconosciuti.
Indispensabile è la lotta alla precarietà per offrire prospettive di vita dignitosa ai giovani.  Troppi giovani sono ora “intrappolati”, spesso per anni, in rapporti di lavoro precario, e troppe donne hanno retribuzioni inaccettabilmente basse.   Per contrastare questa situazione si deve intervenire, da una parte facendo costare di più i lavori atipici e di meno il lavoro stabile, dall’altra favorendo un processo graduale verso il lavoro stabile, e sperimentando un compenso minimo legale con l’obiettivo di garantire almeno 1000/1100 euro netti mensili.
Quando poi si parla di sfruttamento non ci si riferisce solo ai lavoratori italiani, ma anche ai  migranti in Italia e nel mondo, quindi lottare contro lo sfruttamento  significa opporsi alle logiche antisolidali e sostenere invece una politica di concreta accoglienza ed integrazione a partire dai profughi delle tante, troppe guerre che ancora devastano il nostro pianeta.

Difendere ed estendere i diritti degli uomini e delle donne

  • significa difendere i servizi sociali e sanitari, il loro carattere pubblico, aumentandone la qualità;
  • significa difendere la scuola pubblica, il tempo pieno e la formazione come diritto per tutta la vita;
  • significa difendere un sistema fiscale equo secondo il dettato costituzionale, per cui ogni cittadino deve contribuire in proporzione a quello che ha. E tutti noi sappiamo che una ridistribuzione fiscale equa è la base materiale della solidarietà: se tutti i cittadini contribuissero in base a quello che hanno, la collettività potrebbe reinvestire queste risorse in servizi, e questo significherebbe miglioramento di condizione sociale per tutti.

Ma quest’anno assume particolare rilievo il tema della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro.

Mettere al centro del dibattito politico questo argomento

  • significa impegnarsi a 360 gradi per la tutela dei lavoratori e delle lavoratrici

Il 1° aprile è stato approvato in via definitiva il Testo unico elaborato dal governo Prodi; tra alcuni giorni, quando sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, entrerà in vigore.

Vediamo i punti salienti:

  • inasprimento delle sanzioni per i datori di lavoro che non si metteranno in regola;
  • documentazione personale sanitaria per ogni lavoratore, che lo accompagna per tutta la vita anche nei cambi di mansione;
  • applicazione della responsabilità amministrativa a tutti i soci dell’azienda in caso di incidenti o lesioni gravissime;
  • chiusura dell’azienda che risulti impiegare in nero più del 20% dei lavoratori;
  • aumento dei controlli e certezza della pena: nei 20 mesi del governo Prodi, grazie all’assunzione di nuovi 1400 ispettori, il numero dei controlli è più che triplicato, passando da 70.000 a 250.000.

Adesso però si tratta di applicare questa normativa, perché se rimane solo sulla carta, non si va da nessuna parte.
L’aver aumentato contemporaneamente i controlli, portando il numero di addetti al riguardo a circa 10.000 persone, togliendone una parte dalle scrivanie per mandarle ad ispezionare il territorio, è un risultato assolutamente positivo.
Ma, applicazione rigorosa della normativa e aumento dei controlli da soli non bastano, se consideriamo che in Italia esistono 4.500.000 di imprese, il 90% delle quali di piccolissime dimensioni.
Dunque bisogna che prevalga una vera e propria cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro, basata anche sulla prevenzione e sulla formazione, il che significa la scelta da parte delle imprese della qualità totale, vale a dire qualità dell’organizzazione del lavoro, qualità della sicurezza, del prodotto, delle risorse umane.
Bisogna allora investire di più, prendendo ad esempio risorse dal surplus dell’INAIL per destinarlo a sostegno di chi investe e si impegna a ridurre il numero di infortuni.
E certamente i lavoratori e le lavoratrici, tramite le proprie organizzazioni sindacali, debbono pretendere di essere protetti e salvaguardati soprattutto quando svolgono determinate mansioni di una certa pericolosità (cantieri edili e miniere).
Inoltre è importante che il sindacato porti avanti una contrattazione sui temi dell’organizzazione del lavoro e dedichi una particolare attenzione per i piani di sicurezza territoriali.
Insomma é il Paese che deve maturare, che deve acquisire una vocazione nuova, attenta a questi argomenti, se si vuole evitare la strage quotidiana di morti bianche (che poi di bianco non hanno nulla, se non la desolazione e il pallore che si legge sui volti dei cari che lasciano figli, genitori, mogli o mariti, a cui nessuno organizza funerali di Stato).
Dobbiamo comunque essere consapevoli che qualche risultato positivo è già stato raggiunto.  L’INAIL ha infatti certificato per il 2007 un calo degli infortuni mortali pari al 6%, e un calo, seppur in misura minore, degli altri tipi di infortunio (-1,5%).
Comunque se andiamo ad analizzare le statistiche, c’è da rimanere impietriti.
Infatti da uno studio dell’Eurispes reso pubblico nel maggio 2007, risulta che nel nostro Paese ci sono stati in tre anni più morti negli incidenti sul lavoro che nei quattro anni della guerra del Golfo (5252 lavoratori morti dal 2003 al 2006 contro 3520 militari della coalizione anti Saddam morti tra il 2003 e il 2007).
Insomma un incidente sul lavoro ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti.  Infortuni che costano alla nostra comunità 50 miliardi di euro ogni anno.
E ogni anno dal Nord al Sud muoiono in media 1.376 persone per infortuni sul lavoro e la Regione, con più morti in assoluto, è la Lombardia.
L’edilizia si conferma come settore ad alto rischio, visto che poco meno del 70% dei lavoratori (circa 850 all’anno) perdono la vita per cadute dall’alto di impalcature. A questo proposito bisogna urgentemente intervenire per eliminare il ricorso al meccanismo d’appalto che prevede il massimo ribasso e soprattutto va individuato un meccanismo di  selezione delle imprese, per evitare che si ottengano appalti a prezzi stracciati che poi vengono ceduti, in subappalto, a imprenditori che non hanno né arte né parte, e che risparmiano sulla sicurezza e sul costo dei lavoratori, spesso scegliendo maestranze poco preparate e precarie.
E a questi dati ufficiali bisogna poi aggiungere le persone scomparse dopo anni, stroncate dalle malattie professionali. E sono la maggioranza, se si tiene conto dei dati dell’Organizzazione mondiale della sanità che parla di due milioni di morti sul lavoro ogni anno, tre su quattro causati da malattie contratte sul lavoro.
 
Tra le cause degli incidenti si annoverano la scarsa padronanza della macchina, l’assuefazione e la sottostima dei rischi, la banalizzazione dei comportamenti di fronte al pericolo, il mancato rispetto delle procedure, l’aumento dello stress, la precarietà del lavoro legata ad una formazione insufficiente e la manutenzione eseguita poco o male.

E’ evidente che un’efficace prevenzione dovrà puntare su formazione e addestramento, sul rispetto degli ordini, dei divieti e delle indicazioni, sul corretto uso dei dispositivi di protezione individuale, sul rigido rispetto delle procedure quando la sicurezza tecnica non basta.
Ecco allora il significato di incontrarci oggi 1° maggio proprio in questa piazza (piazza Caduti del lavoro). 
L’intento è che non ci si dimentichi di quanti sono caduti sul lavoro e di quanti hanno subito un infortunio, e al tempo stesso si restituisca al lavoro dignità, diritti e sicurezza, perché esso  - è importante ribadirlo - non sia un luogo di morte e di menomazioni, ma un momento di crescita delle persone.

E questo in sintonia con il dettato costituzionale che tutti conosciamo e che all’art.1 recita “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” e all’art.32 “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività”       

Buon 1° maggio a tutti!

Aggiungi un commento 2 Maggio 2008

In ricordo di Aldo Moro e Enrico Berlinguer: una riflessione

In questi giorni di campagna elettorale, mentre i nostri avversari politici stanno dando grandi segni di nervosismo, vorrei fare una riflessione.
Parte un po’ da lontano: sono infatti passati 30 anni da quel momento, da quello sciagurato giorno in cui le forze ostili al cambiamento, alla modernità, rapirono e poi uccisero uno dei nostri più grandi statisti: Aldo Moro.
Nel giro di un mese, tutto quello in cui molte persone avevano creduto, per cui avevano lottato, fu letteralmente spazzato via.
Di quei tragici momenti conservo un ricordo: una grande manifestazione di piazza in cui le bandiere del partito comunista italiano e della democrazia cristiana sfilarono fianco a fianco e noi, giovani, con e senza fazzoletto rosso, ci stringevamo gli uni agli altri, amareggiati, consapevoli che la nostra voglia di democrazia aveva subito un colpo fortissimo.
Pensate cosa sarebbe la nostra nazione, che forza politica, morale, economica, sociale avrebbe se Aldo Moro ed Enrico Berlinguer fossero stati con noi in questi anni!
Pensate che grande partito democratico !!!!!
Sapete perchè le destre sono così nervose e arrabbiate?
Hanno visto quei giovani tornare;
ora “quei giovani” hanno i capelli grigi, qualche chilo di più, ma
una sola bandiera,
un solo colore di fazzoletto,
una grande unità e coesione .
Oggi nessuno fermerà la nostra grande voglia di democrazia !!!

Giacinto Carnassale

1 commento 17 Marzo 2008


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